venerdì 25 luglio 2014

Quelle cose che

Mi piace l’odore del sale nei capelli dopo una giornata di mare. Passerei le ore a sniffarlo.
Mi piace star sdraiata sulla sabbia a pancia in giù, le braccia incrociate sotto la testa, e sbirciare quel poco che posso tra capelli e pelle. Guardare a piccole dosi quello che mi circonda.
Mi piace rimanere immersa nell’acqua con la faccia in su, sentire i suoni ovattati e il rumore della sabbia che si sposta.
Subisco incredibilmente il fascino dei luoghi semi abbandonati, dei posti rovinati dal tempo e dal sole, quei posti che potrebbero essere intitolati “stephen king incontra don corleone”.
Il profumo dei gelsomini e dei limoni mi rende serena.
Non mi piace né il giorno, né la notte, potessi scegliere vivrei sempre al tramonto.
Quando sento il vento che soffia forte mi viene voglia di passeggiare e quando piove spesso non apro l’ombrello.
Se devo scegliere un film, cerco sempre quelli di zombie, mostri e terrore. Mi piacciono,sì, anche gli altri generi, ma se posso decidere, niente mi rende più felice di un horror. C'è qualcosa nella paura che mi fa dimenticare tutto il resto.
Amo la mia famiglia, anche se so che molte delle mie scelte passate, presenti e future, loro non riusciranno mai a comprenderle, così come io non comprendo le loro. Questo, ammetto, mi fa sentire spesso aliena.
Ho capito ormai da tempo di non riuscire a vivere situazioni semplici, non sono per me. So di essere una persona dai sentimenti contrastanti e complicati, ed accettarlo è stato un gran passo. Ora, devo solo accettare che non tutti possono o devono comprenderlo.
Quando metto le cuffie alle orecchie e pigio play, nella mia mente nascono e muoiono mille realtà differenti. Completamente inventate, in parte reali, futuri post apocalittici, tutto. Mescolo ciò che è la mia vita con quello che ho letto e visto.
Potessi camminerei sempre scalza.
Non riesco a pensare a una vita senza passione. Per questo sono spesso stata fraintesa, anche da me stessa in passato, ma ora che posso capirmi meglio e con più calma so che per me è necessaria. Come il colore rosso e le foglie secche.
Penso davvero che il tatuaggio sia una forma d’arte meravigliosa e se avessi i soldi probabilmente il mio corpo ne sarebbe quasi ricoperto.
So che amo scrivere e disegnare e che questa lista di cose l’ho buttata giù sperando di ricordarmi anche di cosa voglio parlare.
illustrazione di Ana Juan.



giovedì 10 luglio 2014

A Iacopo

Caro Iacopo.
Ti ho pensato oggi.
Una mia cara amica ha letto di te. Mi ero quasi scordata che papà avesse parlato di te, in quell’intervista.
Io e te non ci siamo mai conosciuti.
Di te però mi ricordo come se fosse ieri.
Mamma mi ha fermata in corridoio, avevo cinque anni se non ricordo male, e mi si è inginocchiata davanti. È sempre stata bella, la mamma, ma quel giorno ancora di più.
Ricordo il parquet ancora lucido, l’armadio a muro e la libreria in legno scuro, in quella nostra vecchia piccola casa, che ancora oggi mi manca.
-Bea-, ha detto mamma guardandomi coi suoi occhi verdi, così diversi dai miei, -Lo vuoi un fratellino?
Io c’ho pensato, Iacopo, non ti dico bugie. Ci ho pensato un attimo. Poi ho risposto sinceramente.
-Sì. Certo.
-Bene… perché tra un po’ avrai un fratellino.
Ero contenta, sai? Davvero.
Certo, avrei dovuto dividere con te tutto, e forse sarei stata gelosa, ma dall’alto dei miei cinque anni io ero pronta.
Poco dopo anche mia zia aspettava una piccolina. Quindi, disse mamma, tu e tua cugina avrete un fratellino e una sorellina. Vi sareste tolti poco con C., come me e B., l’altra cugina.
Che bel sogno che era, questo futuro tutti insieme.
Chissà se lo sentivi, Iacopo. Perché, sai, a casa nostra è così, è questa la cosa bella. Si sogna tanto e si sogna forte, così forte che si sente a chilometri di distanza.
Poi c’è stato il vuoto.
Per anni, io di te non mi sono ricordata. Mi sono spesso guardata a fianco e non ho trovato una presenza costante, ma okay, mi dicevo. Perché dovrebbe esserci?
Poi, pochi anni fa, papà ha rilasciato quell’intervista.
Io l’ho letta, quasi per sbaglio. Lì, lui parlava di te. Forse parlava con te.
E ho ricordato tutto. Ho ricordato vetri infranti, ho ricordato l’attesta, la nascita di C., e poi quel grande enorme vuoto mai colmato, neanche con le parole, perché facevano male a tutti e forse non eravamo abbastanza forti per dirlo.
E le parole sono importanti, Iacopo, l’ho imparato scrivendo. Sono importanti anche quelle che non si dicono, quelle che scrivi e poi cancelli, quelle che apri la bocca per dirle ma te le ricacci dentro.
È buffo sai, perché mi chiedo anche se dovessi chiamarti Iacopo o Jacopo. Che cosa stupida, non trovi?
Una volta ho visto anche un film che parlava di noi e non parlava di noi affatto. Però il titolo non me lo ricordo, scusa.
Ora avresti la stessa età di C.
Andresti anche tu all’università, o forse no, forse come la tua sorellona avresti scelto altre vie o forse avresti percorso quelle che la nostra famiglia conosce bene.
E pranzi, e cene, e regali, e ti avrei sicuramente chiamato in questo momento così particolare per la nostra famiglia, e tu mi avresti confortata, anche solo standomi accanto, capendomi appieno.
Quante ragazze, avresti avuto, fratellino. Che se uscivi come mamma eri biondo e con gli occhi verdi, saresti stato bellissimo, come il nonno da giovane.
Io così ti vedo.
Forse questa lettera non dovrei mai pubblicarla, ma so che lo farò, perché è questo il mio modo di affrontare le cose.
Sai, Iacopo, forse anche tu l’avresti avuto. O forse, anche in questo, saresti stato simile a mamma.
A me, una volta, un uomo saggio che ormai non c’è più, mi disse che il suo modo di affrontare i dolori e i difetti era il “metodo oloturia.”
Pare che l’oloturia, quando si sente minacciata da un predatore, mostri le sue interiora. Quello, che la vede sventrata, non l’attacca e se ne va. Secondo quell’uomo era l’unico metodo per andare avanti, mostrare sempre e senza vergogna le cose che ci fanno male, i nostri difetti e le nostre paure. Che gli altri sappiano.
Non so come si piangano i lutti che non sono ancora nati, ma forse si piangono nel silenzio. Così l’abbiamo fatto.
Sappi, però, che ti penso spesso. Che sei rimasto, nell’assenza, qualcuno di importante, che ci ricorda cosa perdiamo ogni giorno.
A me, la mia terra, con i suoi grandi crimini, anche se la amo, mi ha portato via uno di quei sogni rumorosi che mi piacciono tanto. Quello di avere un fratello.
E io, il tuo suono, Iacopo, lo sento ogni giorno.

mercoledì 9 luglio 2014

T S U N A M I

Il maremoto, o tsunami, è un anomalo moto ondoso del mare, originato da un terremoto sottomarino o da altri eventi che comportino uno spostamento improvviso di una grande massa d'acqua quali, per esempio, una frana, un'eruzione vulcanica sottomarina o un impatto meteoritico.”

Io lo so che può suonare male, ma gli Tsunami mi hanno sempre affascinato.
Io e il mare abbiamo un rapporto strano. Ne parlo spesso, sia sul blog che nei miei racconti. Sono Siciliana quindi, bé, sono un po' circondata dal mare.
Non è che sia una gran nuotatrice, anzi, l'unico stile che conosco è quello del 'cane azzoppato'.
Ad ogni modo, credo che oggi, per davvero, si è conclusa una fase della mia vita. Una fase di due anni.
No, niente di tremendo, niente tragedie, ma comunque una chiusura.
Mi sembra tutto meno terribile ora.
Mentre attraversavo certi momenti, certe indecisioni, mentre cercavo di soffocare le mie paure e la mia natura, lì tutto mi sembrava semplicemente TROPPO.
Troppo alto da scalare, troppo forte da battere, troppo lontano da raggiungere, troppo bravo da superare.
Troppo.
Quindi un po' mi sembrava di esserci dentro quello tsunami che mi immagino, trasportata dall'acqua che ha il potere di rassicurarti e terrorizzarti, mentre attorno ti passano macchine, cadaveri e detriti di ogni genere.
Sì, ho visto Hereafter.
Ad ogni modo pare io sia sopravvissuta a questa calamità.
Adesso zoppico per la spiaggia e mi rendo conto che l'onda ha portato tanta distruzione ma ha lasciato anche qualcosa di bello.
Ritrovo un bello specchio, antico e mi ricorda qualcosa anche se non so cosa.
Mi lascia un piccolo portachiavi.
Mi lascia una nuova preghiera.
Mi lascia un bracciale.
Mi lascia un ciondolo.
E poi, mi lascia il sapere che a sopravvivere sono stata io. Che ho nuotato, magari male, magari ho pensato di non farcela e ho bevuto anche acqua, però sono qui.
E mi aspetta la mia Isola, i volti delle persone a me care, dei cani -tanti-, del cibo -tanto-, e la possibilità di ricostruirmi.
Che tutto questo sia stato provocato da uno spostamento di zolle, da un vulcano o da un meteorite, poco importa.
Tanto l'onda comunque è passata.


Followers