giovedì 10 luglio 2014

A Iacopo

Caro Iacopo.
Ti ho pensato oggi.
Una mia cara amica ha letto di te. Mi ero quasi scordata che papà avesse parlato di te, in quell’intervista.
Io e te non ci siamo mai conosciuti.
Di te però mi ricordo come se fosse ieri.
Mamma mi ha fermata in corridoio, avevo cinque anni se non ricordo male, e mi si è inginocchiata davanti. È sempre stata bella, la mamma, ma quel giorno ancora di più.
Ricordo il parquet ancora lucido, l’armadio a muro e la libreria in legno scuro, in quella nostra vecchia piccola casa, che ancora oggi mi manca.
-Bea-, ha detto mamma guardandomi coi suoi occhi verdi, così diversi dai miei, -Lo vuoi un fratellino?
Io c’ho pensato, Iacopo, non ti dico bugie. Ci ho pensato un attimo. Poi ho risposto sinceramente.
-Sì. Certo.
-Bene… perché tra un po’ avrai un fratellino.
Ero contenta, sai? Davvero.
Certo, avrei dovuto dividere con te tutto, e forse sarei stata gelosa, ma dall’alto dei miei cinque anni io ero pronta.
Poco dopo anche mia zia aspettava una piccolina. Quindi, disse mamma, tu e tua cugina avrete un fratellino e una sorellina. Vi sareste tolti poco con C., come me e B., l’altra cugina.
Che bel sogno che era, questo futuro tutti insieme.
Chissà se lo sentivi, Iacopo. Perché, sai, a casa nostra è così, è questa la cosa bella. Si sogna tanto e si sogna forte, così forte che si sente a chilometri di distanza.
Poi c’è stato il vuoto.
Per anni, io di te non mi sono ricordata. Mi sono spesso guardata a fianco e non ho trovato una presenza costante, ma okay, mi dicevo. Perché dovrebbe esserci?
Poi, pochi anni fa, papà ha rilasciato quell’intervista.
Io l’ho letta, quasi per sbaglio. Lì, lui parlava di te. Forse parlava con te.
E ho ricordato tutto. Ho ricordato vetri infranti, ho ricordato l’attesta, la nascita di C., e poi quel grande enorme vuoto mai colmato, neanche con le parole, perché facevano male a tutti e forse non eravamo abbastanza forti per dirlo.
E le parole sono importanti, Iacopo, l’ho imparato scrivendo. Sono importanti anche quelle che non si dicono, quelle che scrivi e poi cancelli, quelle che apri la bocca per dirle ma te le ricacci dentro.
È buffo sai, perché mi chiedo anche se dovessi chiamarti Iacopo o Jacopo. Che cosa stupida, non trovi?
Una volta ho visto anche un film che parlava di noi e non parlava di noi affatto. Però il titolo non me lo ricordo, scusa.
Ora avresti la stessa età di C.
Andresti anche tu all’università, o forse no, forse come la tua sorellona avresti scelto altre vie o forse avresti percorso quelle che la nostra famiglia conosce bene.
E pranzi, e cene, e regali, e ti avrei sicuramente chiamato in questo momento così particolare per la nostra famiglia, e tu mi avresti confortata, anche solo standomi accanto, capendomi appieno.
Quante ragazze, avresti avuto, fratellino. Che se uscivi come mamma eri biondo e con gli occhi verdi, saresti stato bellissimo, come il nonno da giovane.
Io così ti vedo.
Forse questa lettera non dovrei mai pubblicarla, ma so che lo farò, perché è questo il mio modo di affrontare le cose.
Sai, Iacopo, forse anche tu l’avresti avuto. O forse, anche in questo, saresti stato simile a mamma.
A me, una volta, un uomo saggio che ormai non c’è più, mi disse che il suo modo di affrontare i dolori e i difetti era il “metodo oloturia.”
Pare che l’oloturia, quando si sente minacciata da un predatore, mostri le sue interiora. Quello, che la vede sventrata, non l’attacca e se ne va. Secondo quell’uomo era l’unico metodo per andare avanti, mostrare sempre e senza vergogna le cose che ci fanno male, i nostri difetti e le nostre paure. Che gli altri sappiano.
Non so come si piangano i lutti che non sono ancora nati, ma forse si piangono nel silenzio. Così l’abbiamo fatto.
Sappi, però, che ti penso spesso. Che sei rimasto, nell’assenza, qualcuno di importante, che ci ricorda cosa perdiamo ogni giorno.
A me, la mia terra, con i suoi grandi crimini, anche se la amo, mi ha portato via uno di quei sogni rumorosi che mi piacciono tanto. Quello di avere un fratello.
E io, il tuo suono, Iacopo, lo sento ogni giorno.

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